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giovedì 27 gennaio 2011

Nella giornata della memoria io ricordo i "LAOGAI" ancora esistenti e funzionanti in Cina!

Il Laogai Handbook 2008


LAOGAI 

abbreviazione di laodong gaizao 
significato : "riforma attraverso il lavoro"
 tutt'ora attivi
i campi di concentramento del 2. e 3.o millennio
DIRITTI UMANI  : ZERO



Vennero aperti nel 1950 da Mao Zedong su consulenza sovietica a imitazione dei Gulag. A tutt'oggi i Gulag sono inattivi, così pare. I laogai invece sono aperti e attivissimi.
Il numero di campi aperti è "Segreto di Stato" in Cina ovviamente ma il Il Laogai Handbook 2008 ne conta 1.440 aperti e attivi.
 Ufficialmente i campi sono un mezzo per rieducare i criminali con il lavoro. In realtà servono per sfruttare terrore, intimidazione, lavaggio del cervello, tortura contro i dissidenti politici, contro i rivoluzionari, contro chi osa opporsi alla linea politica. Inoltre sono una enorme forza lavoro gratuita. Schiavi senza diritti civili e quindi DIRITTI UMANI ZERO
I ragazzi della protesta di piazza Tien'anmen (in cina definita "incidente" di piazza Tien'anmen) sono morti o spariti divorati dai Laogai.
I Laogai sono pieni di tibetani (vedi la questione tibetana nei post che ho pubblicato sotto l'etichetta TIBET) rinchiusi da sempre. Il fine : genocidio fisico e culturale. La cultura tibetana deve sparire. Per fortuna non riusciranno nell'impresa.

Il lavaggio del cervello è uno dei metodi più soft finalizzati a indottrinare i detenuti con lezioni quotidiane dopo le lunghe ore di lavoro per giungere all'autocritica, all'autoaccusa pubblica e diventare leali al "Partito" Ciò va dimostrato anche denunciando amici e parenti etc 

Harry Wu ( attivista per i diritti umani cinese  naturalizzato statunitense) fu arrestato perchè cattolico e considerato controrivoluzionario di destra e detenuto dal 1960 al 1979  
Spiega :  
quando si entra nel campo, la prima cosa è confessare il proprio crimine. Bisogna ripetutamente dire loro il proprio crimine. Non dimenticare mai nessun dettaglio. La confessione è di primaria importanza, perchè distrugge la dignità. Bisogna dire ’ sono un criminale, sono colpevole, voglio accettare la riforma del pensiero, voglio cambiare me stesso, voglio essere fedele al presidente Mao

Lu Decheng fu uno dei 3 ragazzi che lanciarono uova contro il ritratto ufficiale di Mao nell'ottobre 1989 durante la famosa protesta studentesca di Tien'anmen, arrestato è stato "ospitato" in un "campo di lavoro" cinese.
Molto bella l'intervista rilasciata a Riccardo Cascioli di "Avvenire" nel 2007

Uno stralcio dall'intervista per capire immediatamente perchè sono sempre più numerosi e attivi i Laogai : 
"Lei sta dicendo che i giocattoli che acquistiamo, e anche gli alberi di Natale di plastica, possono provenire dai campi di lavoro forzato?

Certo, nei laogai si produce di tutto, per il mercato interno e per l'esportazione. Per il governo cinese è una grande risorsa economica, perché i laogai permettono ampia disponibilità di manodopera a costo zero, così da rendere particolarmente competitivi i prodotti cinesi. È anche per questo che i laogai sono in aumento."



sabato 30 ottobre 2010

DILAGA LA PROTESTA DEGLI STUDENTI TIBETANI

DILAGA LA PROTESTA DEGLI STUDENTI TIBETANI





Dharamsala, 25 ottobre 2010. Continuano le proteste degli studenti tibetani contro la decisione delle autorità cinesi di abolire l’uso della lingua tibetana nei testi scolastici.
Le manifestazioni, iniziate a Rebkong, nel Qinghai (la regione tibetana dell’Amdo) il 19 ottobre, si sono estese nei giorni successivi in numerose località del Tibet orientale, interessando le contee di Chentsa, Khrigha, Golok e Chabcha dove, secondo quanto riportato dall’emittente Voice of Tibet, sabato 23 ottobre una ventina di studenti sono stati fermati dopo essere stati circondati dalle forze di polizia.




Le proteste degli studenti, le più vaste dopo quelle del 2008, sono arrivate fino Pechino dove, a mezzogiorno del 22 ottobre, quattrocento giovani hanno partecipato a una manifestazione alla Minzu University, l'Università delle Minoranze (nella foto).




Volantini con l’invito a scendere in piazza e a mantenere viva la protesta circolano tra gli studenti e passano di mano in mano. Il loro testo recita: “Il Ministro dell’Istruzione ha deciso che in tutte le scuole delle aree tibetane sia eliminata la nostra lingua. Dopo la scuola primaria, l’uso della lingua tibetana è facoltativo. Nel Qinghai e nelle altre aree (tibetane) gli studenti manifestano a difesa della loro lingua. Allo scopo di preservarla, per favore, fate circolare questo messaggio”.



Il 15 ottobre è stato consegnato alle autorità del Qinghai un appello, firmato da 103 insegnanti e scritto sia in tibetano sia in cinese, in cui si chiede al governo della provincia di rivedere la decisione presa. Nella lettera si ricorda che l’articolo 4 della Costituzione cinese afferma che ogni minoranza etnica è libera di usare la propria lingua parlata e scritta e di preservare le proprie peculiari usanze e tradizioni.





Citando fonti ufficiali del governo cinese, l’agenzia AP riferisce che “I funzionari cinesi hanno tentato di placare le proteste degli studenti delle aree tibetane rendendo noto che l’uso della lingua mandarina nelle scuole non ha come scopo l’eliminazione della lingua nativa dei tibetani e che non saranno introdotti cambiamenti là dove la situazione non lo consente”. Non sono stati tuttavia specificati i criteri in base ai quali sarà effettuata tale valutazione.

Da Toronto, una delle tappe del suo viaggio nel nord America, il Dalai Lama ha dichiarato che la lingua tibetana è fondamentale per la sopravvivenza della cultura e del Buddhismo tibetano che vanta ampio seguito anche in Cina.
“La Cina” – ha dichiarato – “è storicamente un paese buddhista e la preservazione della cultura buddhista tibetana è importante per milioni di cinesi che sentono l’esigenza di un conforto spirituale”. Il Dalai Lama ha affermato che la Cina dovrebbe imparare dall’India, paese in cui le diversità linguistiche non sono considerate una minaccia di divisione interna.



Il video della manifestazione di Chabcha al sito:
http://www.youtube.com/user/RFATibetan#p/a/u/1/DH9KzrRhWlY

E' online THE TIBET POST Il primo giornale telematico redatto dai tibetani in esilio e letto in tutto il mondo. Purtroppo solo in inglese!

E' online

THE TIBET POST

Il primo giornale telematico redatto dai tibetani in esilio e letto in tutto il mondo.
 
 




lunedì 15 febbraio 2010

CAMPAGNE URGENTI : Appello per la liberazione di Tenzin Delek Rinpoche

CAMPAGNE URGENTI :
Appello per la liberazione di Tenzin Delek Rinpoche

LA NOSTRA SOLIDARIETÀ A TENZIN DELEK E AI TIBETANI CHE SI SONO MOBILITATI PER LA REVISIONE DELLA SENTENZA!


  La decisione del governo cinese di commutare la sentenza di morte pronunciata nei confronti di Tenzin Delek Rinpoche nel carcere a vita è stata indubbiamente una vittoria per i tibetani e per le migliaia di persone che, in tutto il mondo, si sono adoperate per salvargli la vita. E’ la prova concreta dell’efficacia della pressione internazionale e la dimostrazione di ciò che possiamo ottenere se ci attiviamo congiuntamente e in grande numero.



Tenzin Delek Rinpoche rimane tuttavia un prigioniero politico, condannato a languire a vita nelle carceri cinesi. Al termine del processo d’appello, Tenzin Delek Rinpoche è stato condannato al carcere a vita. Trasferito dal carcere di Chuandong a quello di Mianyang (nella provincia del Sichuan), sappiamo che le sue condizioni di salute non sono buone: soffre di alta pressione e, a causa delle torture cui è stato sottoposto prima del processo, ha problemi cardiaci e polmonari. Continua a proclamare la sua innocenza.


Nel giugno 2009, a un compaesano che gli faceva visita in prigione, Tenzin Delek Rinpoche disse: “Non sono colpevole, chiedete giustizia, chiamate tutti e fate il possibile perché la sentenza sia cambiata”.


  In segno di aiuto, 40.000 tibetani appartenenti alla comunità di Tenzin, firmarono una petizione (molte firme consistevano nell’impronta del pollice) in cui si chiedeva giustizia per il loro leader. Questa una pagina della petizione.




In segno di solidarietà con Tenzin Delek e i tibetani che per lui hanno manifestato lo scorso mese di dicembre in tutta l’area di Lithang, vi chiediamo di firmare la petizione on line al sito:





Accanto alla vostra firma comparirà l’impronta di un pollice, come nella petizione dei tibetani.


La petizione sarà inviata a Zhou Yongkang (nella foto), uno dei massimi dirigenti del Partito Comunista. Nel 2002, Zhu era Segretario del Partito nella provincia del Sichuan, dove Tenzin Delek era detenuto. Attualmente ricopre la carica di Segretario del Comitato Centrale per le Politiche Legali, il principale organo della Repubblica Popolare Cinese di supervisione nell’applicazione della legge.



  La campagna, lanciata a livello internazionale, ha come obiettivo la raccolta di 40.000 firme entro il 10 marzo 2010.

















Altre azioni:

1) Scrivete al Liu Qibao, segretario del Partito della Regione del Sichuan per chiedere la sua liberazione.

2) Scrivete al nostro Ministro degli Esteri, on. Franco Frattini


Note biografiche :

Nato a Litang, nel Sichuan, nel 1950, Tenzin Delek è stato protagonista, nella sua provincia, di battaglie ambientaliste, sociali e religiose. Dal 1982 al 1987 visse in India, dove studiò sotto la supervisione del Dalai Lama, il leader tibetano in esilio dal 1951. Dal suo maestro venne riconosciuto come "tulku", ovvero lama reincarnato. Tornato in Cina nel 1987, Tenzin Delek fondò monasteri, ospedali, scuole e orfanotrofi ma i suoi rapporti con le autorità cinesi si guastarono nel 1993, quando si oppose ai tentativi di disboscamento attuati dal governo nelle aree tibetane. Arrestato nell'aprile 2002 con un altro monaco, Lobsang Dhondup, 28 anni, i due vennero accusati dell'attentato avvenuto agli inizi di quello stesso mese nella piazza principale di Chengdu, capoluogo della provincia del Sichuan. I due monaci furono entrambi condannati a morte il 2 dicembre 2002 ma il 26 gennaio 2003 la sentenza venne eseguita solo per Lobsang Dhondup; Tenzin Delek si vide sospendere la condanna per due anni. Nel gennaio 2005, a seguito delle fortissime pressioni internazionali, la condanna a morte è stata commutata nel carcere a vita.

PECHINO CHIEDE AGLI USA DI ANNULLARE L’INCONTRO OBAMA – DALAI LAMA continuano le minacce cinesi

PECHINO CHIEDE AGLI USA DI ANNULLARE L’INCONTRO OBAMA – DALAI LAMA

Pechino, 12 febbraio 2010

La Cina ha chiesto agli Stati Uniti di annullare «immediatamente» il programmato incontro alla Casa Bianca tra il presidente Barack Obama e il Dalai Lama, il leader spirituale dei tibetani. Lo ha reso noto l'agenzia ufficiale Nuova Cina citando il portavoce del ministero degli esteri Ma Zhaoxu, in quello che si preannuncia come un braccio di ferro diplomatico dalle ricadute imprevedibili. La dura presa di posizione fa seguito all'annuncio venuto giovedì dalla Casa Bianca, secondo il quale Obama incontrerà il Dalai Lama a Washington il 18 febbraio prossimo nonostante i precedenti ammonimenti venuti da Pechino.



IL COMUNICATO - «Esortiamo gli Stati Uniti a comprendere il carattere molto sensibile della questione tibetana, e rispettare scrupolosamente il loro impegno sull’appartenenza del Tibet alla Cina e la loro opposizione all’indipendenza tibetana», si legge in un comunicato del ministero degli Esteri cinese. Robert Gibbs, il portavoce del presidente, aveva precisato che l'incontro avverrà non nello Studio Ovale ma nella cosiddetta Sala delle Mappe, un luogo meno ufficiale e simbolico. Obama aveva già fatto sapere la settimana scorsa di voler ricevere il leader tibetano in esilio suscitando una prima reazione negativa da parte cinese. Pechino aveva infatti ammonito che un tale incontro potrebbe danneggiare gravemente i rapporti tra i due paesi


RUOLO DI LEADER SPIRITUALE - L'amministrazione Obama ha sempre sottolineato che il presidente vedrà il Dalai Lama nel suo ruolo di leader spirituale e che Washington non mette in discussione che il Tibet faccia parte del territorio cinese. L'ormai imminente colloquio sembra proprio destinato a acuire gli attriti esistenti tra Washington e Pechino su diverse questioni: la vendita di armi Usa a Taiwan, il rispetto dei diritti umani in Cina, il tasso di cambio dello Yuan, la censura di Internet. Senza contare che gli Stati Uniti, inoltre, stanno attualmente cercando di convincere la Cina ad appoggiare nuove sanzioni contro l'Iran per il suo controverso programma nucleare.


Robert Gibbs ieri ha detto che i rapporti tra i due paesi sono «maturi abbastanza» per lavorare insieme sui problemi di reciproco interesse accettando nello stesso tempo il fatto che non si può essere d'accordo su tutto. In questo clima teso si era anche registrato uno sviluppo positivo: la Cina ha infatti autorizzato la portaerei nucleare statunitense Nimitz a visitare la prossima settimana il porto di Hong Kong.

Obama: "Vedrò il Dalai Lama" - Cina: "Un incontro minerebbe relazioni"

 PECHINO - Dopo settimane di incertezze e polemiche, Barack Obama ha deciso di compiere un passo che aprirà una forte controversia con la Cina e ha annunciato che incontrerà il Dalai Lama durante la visita che il leader spirituale tibetano compirà a Washington.
"Il presidente Obama ha detto in novembre ai leader cinesi, durante il suo viaggio in Cina, che aveva intenzione di incontrare il Dalai Lama in futuro", ha detto il portavoce della Casa Bianca Bill Burton.
Il governo cinese aveva avvertito proprio oggi Washington che l'incontro sarebbe "irragionevole" e "minerebbe seriamente" le relazioni tra Cina e Stati Uniti. Pechino dunque si oppone "con fermezza" alla prospettiva che il presidente Usa incontri il Dalai Lama.
Un incontro, ha avvertito il partito comunista, "che potrebbe danneggiare seriamente le relazioni sino-americane". "Se il presidente Obama incontrasse il Dalai Lama, andrebbe incontro alla nostra ferma opposizione e finirebbe per minacciare la fiducia e la collaborazione".
Così, senza giri di parole, Zhu Weiqun, responsabile del Partito comunista cinese per le etnie e gli affari religiosi, ha detto che il suo governo si opporrebbe con forza ad un incontro del genere. Secondo il responsabile di Pechino "i rapporti tra il governo centrale e il Dalai Lama sono una questione esclusivamente interna alla Cina": "Ci opponiamo - ha detto - a qualunque tentativo di una forza straniera di interferire con le questioni interne cinese usando come pretesto" il leader spirituale tibetano.







La visita del Dalai Lama negli Stati Uniti è prevista a partire dal prossimo 16 febbraio. Le parole del rappresentandte di Pechino giungono dopo l'incontro della settimana scorsa fra esponenti del partito comunista cinese e due inviati del Dalai Lama, il primo dopo 15 mesi. L'incontro non ha prodotto risultati concreti.






Obama aveva rinunciato a ricevere il Dalai Lama quando il leader spirituale tibetano è venuto a Washington in ottobre, per evitare conseguenze sulla sua sucessiva missione in Cina. Ma aveva promesso che lo avrebbe ricevuto entro l'anno. Il monito di Pechino arriva mentre i rapporti fra i due paesi sono già tesi per la controversia su Google e la vendita di armi americane a Taiwan.






Il governo tibetano in esilio ha respinto oggi la messa in guardia di Pechino a Washington, osservando che "non ci sono motivi" perché Obama debba evitare un tale incontro. "Dal nostro punto di vista crediamo che il ruolo degli Stati Uniti è di facilitare un dialogo giusto ed onesto tra gli emissari del Dalai Lama ed il governo cinese", ha dichiarato il portavoce del governo tibetano Thubten Samphel.

mercoledì 13 gennaio 2010

DHONDUP WANGCHEN CONDANNATO A SEI ANNI DI CARCERE - AZIONE URGENTE


Dharamsala, 6 gennaio 2010. Dhondup Wangchen, il documentarista tibetano arrestato dal governo cinese per aver girato un filmato nel quale intervista i suoi connazionali sulla situazione nel paese occupato, è stato condannato a sei anni di carcere. La sentenza è stata pronunciata il 28 dicembre 2009. Le autorità cinesi non hanno ancora dato comunicazione ufficiale della sentenza né è stato comunicato il nome della località in cui si è tenuto il processo ma la notizia è stata diffusa da Radio Free Asia, dal Governo Tibetano in Esilio e dai famigliari dei documentarista.



Dhondup Wangchen, trentacinque anni, fu arrestato il 26 marzo 2008 assieme al suo assistente, il monaco Jigme Gyatso, per aver girato, in Tibet, il film Leaving Fear Behind, un documento sulla vita e le aspirazioni dei tibetani alla vigilia dei Giochi Olimpici. Jigme Gyatso fu rilasciato su cauzione sette mesi dopo, il 15 ottobre 2008.






Wangchen, in un primo tempo incarcerato presso il centro di detenzione di Ershilibu, a Sining, in Amdo, fu trasferito pochi mesi dopo in un alloggio governativo per essere interrogato. Fu poi rinchiuso nel Centro di Detenzione N. 1 di Sining.






Nel luglio 2009, il governo cinese sostituì Li Dunyong, l’avvocato liberamente scelto da Wangchen, con un difensore di nomina governativa. Human Rights Watch condannò senza riserve questo gesto definendolo “una violazione della legge penale cinese e una violazione dei diritti umani internazionali che garantiscono agli accusati il diritto di scegliere liberamente il proprio difensore e di incontrarlo durante il periodo della detenzione”.






L’avvocato Li Dunyong ha fatto sapere che, in attesa del processo, il suo cliente è stato sottoposto a tortura al fine di estorcergli una confessione. Durante i sedici mesi della sua detenzione, Wangchen si è sempre professato innocente.






Dhondup Wangchen ricorrerà in appello, anche se i tempi per il ricorso sono strettissimi. Sua moglie, Lhamo Tso, ora in pellegrinaggio a Bodh Gaya con i figli, ha così dichiarato: “Chiedo alla corte che mio marito abbia la possibilità di essere assistito da un avvocato a sua scelta e chiedo alle autorità cinesi di mostrare clemenza: mio marito non è un criminale, ha solo cercato di far sapere la verità”.






Queste le parole di Gyaljong Tsetrin, cugino di Wangchen e coproduttore del documentario: “Il fatto che mio cugino debba affrontare il processo d’appello senza un’assistenza legale mostra come il governo cinese ignori i diritti umani in Tibet. Inoltre, mi preoccupano molto le condizioni di salute di Dhondup: ha contratto l’epatite B e non sta ricevendo le cure mediche appropriate. Mi chiedo come potrà resistere in prigione per sei anni”.

 
AZIONE URGENTE - Appello per il rilascio di Dhondup Wangchen

TIBET - Ma dopo le Olimpiadi non dovevano diventare più buoni? Un'analisi perfetta di Piero Verni

Ma dopo le Olimpiadi non dovevano diventare più buoni?



di Piero Verni


(freetibet.eu)


11 gennaio 2010. Ve li ricordate quelli che nel 2008, mentre tibetani, uiguri, dissidenti cinesi, praticanti della Falun Gong e molti altri critici del governo cinese protestavano in tutto il mondo contro l’infamia che i Giochi Olimpici si stavano per tenere in un Paese dove anche le più elementari forme di democrazia sono conculcate e qualsiasi voce critica è ridotta al silenzio livido delle prigioni, dei laogai quando non delle esecuzioni capitali, ci davano degli estremisti? Ve li ricordate quelli che, quando facevamo il calzante paragone con la vergogna delle Olimpiadi di Berlino del 1936 ospitate dalla Germania nazista con Hitler nelle vesti di Grande Anfitrione, dicevano che l’esempio era improponibile? Insomma ve li ricordate quelli che con sicumera degna di miglior causa sostenevano, al contrario di quanto dicevamo noi, che la celebrazione di un così importante evento sportivo avrebbe facilitato (”sicuramente” facilitato) l’apertura della Cina al mondo e quindi anche la “democratizzazione” del regime? E, spostandoci un pochino più a ritroso nel tempo, ve li ricordate quelli che all’inizio degli anni ’80 erano pronti a giurare sulla certa ricaduta democratica dell’ingresso della Cina nell’economia di mercato? Per non parlare di quanti scommettevano che accogliere Pechino nel WTO avrebbe “costretto” i suoi dirigenti a venire a più miti consigli in fatto di libertà civili?


Non so voi, ma io li ricordo bene e oggi mi piacerebbe ascoltare da questi signori qualche parolina di autocritica. Oggi, quando il filmaker tibetano Dhondup Wangchen è stato condannato a 6 anni di carcere duro per aver girato il documentario “Leaving Fear Behind”. Oggi, quando le monache tibetane Nordon e Lhawang Dekyi, colpevoli di aver inscenato una protesta pacifica contro l’occupazione cinese, sono state condannate rispettivamente a due e tre anni di prigione. Oggi, dopo che il mite Liu Xiaobo si è appena visto cadere addosso una condanna a 11 anni di carcere per reati di opinione. Oggi, quando nell’ex Turkestan Orientale le condanne a morte nei confronti dei patrioti uiguri si contano a decine. Oggi, quando è ancora vivo il ricordo dei tre tibetani giustiziati a Lhasa il 20 ottobre scorso e delle decine di arresti eseguiti in questi mesi tra quanti ancora non accettano di essere normalizzati e cercano di non lasciar morire il ricordo della rivolta indipendentista della primavera 2008. Oggi, dopo che perfino un intellettuale di regime come Zhang Boshu è stato rimosso dal suo incarico presso l’Istituto di Filosofia della Accademia Cinese di Scienze Sociali, per aver rivolto larvate critiche alla politica del Partito Comunista. Oggi, quando continua il martirio degli aderenti alla Falun Dafa che a centinaia vengono ogni mese imprigionati, torturati e uccisi. Oggi, quando in ogni angolo dello sterminato territorio della Repubblica Popolare qualsiasi protesta, anche la più pacifica e innocua, viene repressa con violenza e senza misericordia alcuna.






Ma oggi, santo iddio, non dovrebbe essere chiaro a tutti che quel regime è irriformabile? Che non ha alcuna intenzione di cambiare in meglio? O che forse, addirittura, “non può” cambiare pena la sua dissoluzione? Come si fa a non vedere una verità così lampante che è sotto gli occhi di noi tutti? Come non comprendere che più i signori di Zhongnanhai si rafforzano, più divengono potenti, più incassano vittorie politiche ed economiche, più cresce la loro arroganza, la loro brutalità, la loro protervia, il loro delirio di onnipotenza.


E a quanti, come il buon vecchio Prodi (non a caso finito sul libro paga di Pechino in qualità di commentatore politico della CCTV, la televisione di stato cinese), ci vogliono convincere che questa Cina sia un’opportunità per il mondo, dovremmo essere in grado di rispondere che non è vero. Che il presente governo cinese è una minaccia per il mondo. Non solo per il miliardo e trecento milioni di persone che hanno la sfortuna di essere governati da Hu Jintao e compagni ma anche per tutti coloro che vivono fuori dai confini della RPC. Perché la prepotenza e l’arroganza di Pechino sono quelle che conosciamo bene. E vanno dalla pretesa di decidere i luoghi che il Dalai Lama può o non può visitare in India, alla libertà di movimento nel mondo del medesimo Dalai Lama, di Rebiya Kadeer e di ogni altro esponente del dissenso. Per non parlare di cosa stia significando per le economie internazionali la concorrenza dei manufatti e delle merci cinesi prodotte da una classe operaia priva della benché minima copertura sindacale o addirittura prodotte nei campi di lavoro forzato dove sopravvivono e lavorano come schiavi più di 20 milioni di detenuti.






Al contrario di quanto pensa il pacifico Obama, questa Cina “forte e prospera” è ben lungi dall’essere un vantaggio per tutti. Sì, perché sarebbe ora di finirla con questi giochetti di prestigio. Quando si dice Cina infatti, non si parla in astratto di un antico Paese dalla storia millenaria ma del regime che dal 1949 governa con pugno di ferro i suoi cittadini (che nelle attuali condizioni sarebbe meglio definire “sudditi”). Si parla della dittatura del Partito Comunista. Si parla della ”economia di mercato socialista”, che altro non è che un capitalismo selvaggio all’interno di un sistema autoritario a partito unico. Vale a dire lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo privo anche dei più elementari contrappesi sindacali e democratici. E “questa” Cina dovrebbe essere un’opportunità e un vantaggio per tutti? Ma per favore!






L’opportunità e il vantaggio per tutti, popolo cinese e resto del mondo, sarebbe che si verificasse un cambiamento positivo nella struttura di potere a Pechino. Che il regime, se possibile in maniera graduale, mutasse. Che la dittatura del PCC cedesse il posto a forme di autogoverno calibrate sulla peculiare realtà cinese. Ma dovrebbe essere ben chiaro a tutte le persone ragionevoli, che un simile cambiamento positivo non cadrà dal cielo come dono degli Dei. E tanto meno verrà regalato dalla attuale nomenklatura. Il mutamento potrà essere solo il risultato della lotta e dei sacrifici delle forze che all’interno della società cinese premono e si mobilitano, a prezzo di rischi inenarrabili, perché questo cambiamento abbia luogo. Tanto per essere chiari sto parlando della resistenza tibetana, di quella uigura, di quella mongola, dell’embrione clandestino di un sindacato operaio libero, delle rivolte contadine che, sia pure in forma non organizzata e a macchia di leopardo, in questi ultimi anni sono esplose in numerose parti della Cina. E ancora. Parlo del dissenso studentesco e intellettuale che, a oltre 20 anni dal massacro della Tien An Men, non è stato del tutto domato. Dei “Cyber-Activist” i quali, proprio in questi giorni, hanno espresso la loro solidarietà all’opposizione iraniana scrivendo, “Oggi a Tehran domani a Pechino”. Dei milioni di aderenti al movimento spirituale Falun Dafa che continuano con eroismo ed ostinazione a non piegarsi alla brutale repressione che li investe. Di tutti gli aderenti alle numerose fedi religiose (buddhisti, taoisti, cristiani) che rifiutano di omologarsi consegnando la loro ricerca interiore ai funzionari delle “Chiese patriottiche” gestite dal regime.






La speranza di una trasformazione virtuosa della Cina, della nascita di una nazione la cui forza e prosperità possa essere veramente di aiuto al mondo, di un governo finalmente aperto ad un dialogo effettivo e sincero con le diverse componenti del suo mosaico etnico e sociale... questa speranza, dicevo, risiede solo ed unicamente nei soggetti fin qui elencati. Lasciamo perdere gli stati esteri, le pavide burocrazie internazionali, l’ONU, i parlamenti. Lo abbiamo visto quanto siano disposti a rischiare per difendere i “diritti umani”, i “principi democratici”, i “valori della persona”. Abbiamo visto il patetico spettacolo di Obama usato e preso per il collo in Cina da chi gli ricordava di avere nelle proprie mani buona parte del debito pubblico statunitense. Abbiamo visto la tremebonda Europa cosa ha fatto di concreto per difendere quanti, all’interno della Cina, vengono arrestati, torturati, uccisi, perché lottano in nome di quei princìpi di cui i nostri primi ministri e presidenti si beano -a parole- in continuazione. E il Parlamento Europeo? Il nobile, sensibile, solidale, Parlamento Europeo? Una risoluzione ieri, una dichiarazione oggi, una indignazione domani e tutto finisce nel nulla. Poi, business as usual, e via a fare la corsa a chi fa più affari con Pechino.






Un esempio fra i tanti. Nel luglio 2000, a larga maggioranza, il Parlamento Europeo approvava una roboante risoluzione (B5-0608, 0610, 0617, 0621, 0641/2000) in cui auspicava una immediata apertura di colloqui tra Dalai Lama e Pechino per negoziare, “un nuovo statuto per per il Tibet che garantisca una piena autonomia dei tibetani in tutti i settori della vita politica, economica, sociale e culturale, con le sole eccezioni della politica di difesa e della politica estera”e si spingeva fino al punto di invitare, “... i governi degli Stati membri ad esaminare seriamente la possibilità di riconoscere il governo tibetano in esilio come legittimo rappresentante del popolo tibetano qualora, entro un termine di tre anni, le autorità di Pechino e il governo tibetano in esilio non abbiano raggiunto un accordo relativo a un nuovo statuto per il Tibet, mediante i negoziati organizzati sotto l’egida del Segretario generale delle Nazioni Unite”. Infine incaricava, “... la sua Presidente di trasmettere la presente risoluzione al Consiglio, alla Commissione, ai governi e ai parlamenti degli Stati membri, ai governi e ai parlamenti dei paesi candidati, al Presidente e al primo ministro della Repubblica popolare cinese, al Dalai Lama nonché al governo e al parlamento tibetani in esilio”. Mica male, no? Peccato che, dal 2000 ad ora, di anni nei siano trascorsi 10 e nessuno si è mai sognato di ricordarsi di questa risoluzione. Carta straccia, per non dire di peggio.






In conclusione. La Cina è una dittatura aggressiva, brutale e con ambizioni imperiali. All’interno di un pianeta globalizzato la volontà di potenza del presente regime cinese, che coniuga la struttura autoritaria del sistema comunista con il dinamismo di un impianto economico selvaggiamente capitalista, costituisce una minaccia non solo per i suoi vicini asiatici ma per tutti i paesi con i quali Pechino si trova a competere. Con buona pace delle anime candide, verrà il momento in cui ogni nazione sarà obbligata a confrontarsi con questa spiacevole realtà. E, prima che a qualche dottor Stranamore del 21° secolo venga in mente di “risolvere” il problema all’irachena, sarebbe bene comprendere che l’unica soluzione è aiutare quanti già adesso cercano di cambiare lo stato di cose presente all’interno del moderno “Impero di Mezzo”. Non potendo contare sui governi “democratici”, questa responsabilità spetta dunque a coloro, singoli individui e organizzazioni, che sono pienamente consapevoli della realtà dei fatti. Oggi più che mai è giusto dire a tibetani, uiguri, operai, contadini, dissidenti cinesi, che, “la vostra lotta è la nostra lotta”. E, soprattutto, che dobbiamo, vogliamo, essere in grado di aiutarvi concretamente. Fare conoscere la vostra battaglia, il vostro eroismo, la vostra determinazione. Di fornirvi, dall’esterno, i mezzi necessari per rendere la vostra lotta sempre più efficace e vincente. Che non siete soli.


Nonostante sia stato un criminale politico, Mao aveva ragione quando scriveva, “osare lottare, osare vincere” e “ribellarsi è giusto”.






Piero Verni


http://www.freetibet.eu/

 
P.S. :
All'Associazione Italia-Tibet il Premio Speciale per i Diritti Umani "Martin Luther King"
12 dicembre 2009. È stato assegnato all'Associazione Italia-Tibet il Premio Speciale Diritti Umani " Martin Luther King". Il premio è stato consegnato al presidente dell'Associazione Claudio Cardelli nel corso di una cerimonia a Lecce il 12 dicembre 2009. Il premio è stato assegnato all'Associazione Italia - Tibet per il lungo lavoro nel campo dei diritti umani e per il sostegno umanitario, culturale e politico alla causa del Tibet.


Il premio, conferito dall'Associazione Italia In Arte, ha il patronato della Regione Lombardia e il patrocinio della Regione Puglia, dell'Università del Salento e di numerosi altri prestigiosi enti e istituzioni.

sabato 5 dicembre 2009

KUNDUN (DALAI LAMA) IN ZANSKAR ED ALLA NOSTRA SCUOLA

Il Dalai Lama è tornato in Zanskar in agosto, giorni vissuti intensamente dalla popolazione e dalla ZBA Zanskar Buddhist Association che lo aveva invitato. I dirigenti della ZBA assieme ai rappresentanti italiani e francesi di Aiuto allo Zanskar hanno avuto un incontro privato con Kundun nel Podang, l'edificio che per tradizione la popolazione edifica in occasione delle visite del Dalai Lama.


Tenzin Gyatso (Dalai Lama) ha premesso di non voler perder tempo con il rituale omaggio delle kata ma preferiva sfruttare al massimo l'incontro per esprimere il proprio pensiero.

"La situazione in Tibet è pessima. - ha esordito il DL - Se non si risolve, il Tibet diventerà "han" (ha proprio detto così, non "cinese") e il Ladakh assieme a tutta la fascia meridionale dell'Himalaya, la Mongolia ed alcuni stati ex sovietici, sarà erede della cultura millenaria del Tibet". Il Dalai Lama ha poi visitato la LMHS il 19 agosto trattenendosi per un'ora, il doppio del tempo previsto, ricordando agli studenti che nel lontano 1997 aveva inaugurato l'attuale edificio. Oltre allo staff (insegnanti, ausiliari e Managing Committee) erano presenti 400 genitori, gli allievi delle classi superiori ed una rappresentanza di soci italiani, francesi e statunitensi. Kundun ha parlato in tibetano colloquiale, tradotto in ladakho, ed ha insistito sull'importanza della educazione moderna inserita nella tradizione buddhista. Ha promesso il suo aiuto alla scuola, soprattutto per quanto riguarda lo studio della dialettica e di logica, utili e propedeutiche a tutte le materie inclusa la IT (Information Tecnology).

La collaborazione ha già trovato attuazione e, su invito del Dalai Lama, otto dei nostri insegnanti al termine dell'anno scolastico hanno raggiunto Dharamsala, valicando il Pensi-la poche ore prima che il valico fosse definitivamente chiuso dalla neve. Seguiranno corsi di aggiornamento presso il TCV Tibet Children Village e torneranno a Padum a fine febbraio percorrendo il fiume Zanskar ghiacciato.
 
Video


Danze preparate dalle allieve con l'aiuto di Shri Padma Youdol, nostra insegnante ed animatrice della Women Association of Zanskar
http://www.youtube.com/watch?v=2twuCRkuMgE&feature=autofb

TIBET: QUALE FUTURO?

I Tibetani sono ad un bivio: seguire ancora il Dalai Lama sulla via della autonomia o lottare per l'indipendenza? Da oltre 20 anni Kundun e il suo governo in esilio, chiedono alla Repubblica Popolare Cinese l'apertura di un dialogo. Pur avendo chiaramente rinunciato alla richiesta di indipendenza in favore di una "genuina autonomia" (la Via di Mezzo), Pechino si è sempre rifiutata perfino di ammettere che esista un "problema Tibet". Nonostante questa posizione di netta chiusura, il Dalai Lama continua a sperare che prima o poi la Cina riuscirà a comprendere quanto sia nell'interesse di tutti garantire al Tibet ed al suo popolo una effettiva autonomia che soddisfi almeno in parte le aspettative dei tibetani e al tempo stesso salvaguardi l'unità della Repubblica Popolare.



Ma di fronte alla assoluta mancanza di risultati della politica del Dalai Lama, una parte minoritaria ma rappresentativa della comunità dei rifugiati, chiede che si torni a chiedere la totale indipenza del Tibet. Questi profughi considerano conclusa l'ipotesi della Via di Mezzo e si preparano a una rinnovata stagione di lotte per la libertà del Tibet.


Guido Ferrari si è recato a Dharamsala, capitale morale della comunità degli esuli tibetani, dove ha intervistato i principali esponenti di questo dibattito che sempre più attraversa il mondo della diaspora. Sarebbe interessante conoscere anche l'opinione di Tibetani che vivono in Tibet. Ma questo purtroppo né a Ferrari, né ad altri è concesso documentare.

martedì 6 ottobre 2009

Il DALAI LAMA A WASHINGTON MA OBAMA NON LO RICEVE - VERGOGNA!

Washington, 5 ottobre 2009 (http://www.corriere.it/)


Il Dalai Lama arriva a Washington e per la prima volta dal 1991 non sarà ricevuto dal presidente americano. Il leader spirituale tibetano è nella capitale Usa a conclusione di un lungo tour nel Nord America, ma la Casa Bianca ha preferito rinviare ad altra occasione l'incontro con Barack Obama per non danneggiare i rapporti con Pechino in vista della visita presidenziale in Cina, a novembre. Il primo faccia a faccia tra Obama e il Dalai Lama potrebbe avvenire in un'altra occasione, forse già entro la fine dell'anno, ma non mancano le critiche per questo rinvio. "Cosa deve pensare un monaco o una suora buddhista rinchiusi nella prigione di Drapchi nell'apprendere che Obama non riceve il leader spirituale tibetano?", si è chiesto Frank Wolf, un membro repubblicano del Congresso impegnato nella battaglia per i diritti umani. Anche il primo ministro del governo tibetano in esilio, Samdhong Rinpoche, ha accusato la Casa Bianca di "acquiescenza". L'attuale amministrazione Usa aveva già fatto capire quanto tenesse ai rapporti con Pechino quando a febbraio, prima di una visita in Cina, il segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, aveva affermato che la difesa dei diritti umani umani non deve "interferire con la crisi economica globale, con la crisi dei cambiamenti climatici e con quella della sicurezza".



Fonti dell'amministrazione Obama hanno spiegato al Washington Post che in questo momento per gli Usa è troppo importante non irritare la Cina per coinvolgerla nel dialogo sulla minaccia nucleare posta dalla Corea del nord e dall'Iran. E' una politica ribattezzata "rassicurazione strategica" di Pechino. Inoltre, viene fatto notare, lo staff di Obama non crede molto in questi incontri rituali che si traducono spesso in una bella foto ricordo senza reali progressi per la causa tibetana. Nell'ultima visita del Dalai Lama a Washington, nel 2007, George W. Bush era stato il primo presidente americano a incontrarlo in pubblico e davanti a fotografi e telecamere in una cerimonia a Capitol Hill. In quell'occasione al leader spirituale tibetano fu consegnata la medaglia d'oro del Congresso, la più alta onorificenza civile degli Stati Uniti. Anche stavolta a ricevere il Dalai Lama ci sarà, tra gli altri, proprio la speaker democratica del Congresso, Nancy Pelosi, grande sostenitrice della lotta per i diritti umani in Tibet. Dal 1991 è l'undicesima volta che Tenzin Gyatso, questo il nome del XIV Dalai Lama, si reca in visita negli Stati Uniti. (www.corriere.it/Agi)
 
Giovedì 1°ottobre, il Segretario di Stato americano Hillary Clinton ha nominato Maria Otero alla carica di Coordinatore Speciale per la questione tibetana con il compito specifico di promuovere il dialogo tra la Cina e i rappresentanti del Dalai Lama. Maria Otero è sotto segretario di stato per la democrazia e gli affari internazionali

domenica 4 ottobre 2009

SESSANT’ANNI DI TIRANNIA: LE PROTESTE DEI TIBETANI. DECINE DI ARRESTI IN INDIA E NEPAL


Dharamsala, 1 ottobre 2009. Mentre Pechino celebrava i sessant’anni della fondazione della Repubblica Popolare, in diverse parti del mondo i tibetani hanno inscenato manifestazioni di protesta per denunciare i soprusi e l’arroganza della Cina.


A New Delhi, la polizia indiana ha arrestato ventuno tibetani che, sventolando bandiere a lutto e avvolti nel vessillo tibetano, si erano riuniti di fronte all’ambasciata cinese, nella zona di massima sicurezza di Chanakyapuri. Gli attivisti, tutti appartenenti al Tibetan Youth Congress, hanno cercato di oltrepassare il muro di cinta dell’ambasciata (nella foto l’arresto di un tibetano). “Si sono arricchiti succhiando il sangue del popolo”, ha dichiarato un manifestante ai giornalisti. Un altro tibetano ha così affermato: “Noi del Tibetan Youth Congress non possiamo stare a guardare, i cinesi arrivano persino a cercare pretesti per attaccare l’India, il paese che per noi è un esempio e per il quale siamo disposti anche a sacrificare le nostre vite”.



Contemporaneamente, a Dharamsala, reggendo uno striscione con la scritta “Sessant’anni di Tirannia”, le maggiori Organizzazioni non Governative tibetane chiedevano la fine “dell’oppressivo regime comunista cinese” e invocavano l’avvento della democrazia in Cina e nelle altre regioni sotto il colonialismo di Pechino. In un comunicato congiunto, l’Associazione delle Donne Tibetane, il movimento Gu-Chu-Sum, il Partito Democratico del Tibet e la sezione indiana del gruppo Studenti per un Tibet Libero così dichiarano: “Le ONG tibetane, in solidarietà con il popolo della Cina, del Tibet e del Turkestan Orientale, si schierano unite contro il dispotico dominio del governo cinese”. “Nonostante i grandi cambiamenti e il progresso economico di questi ultimi sessant’anni, al popolo cinese sono ancora negati i fondamentali diritti umani”, prosegue il comunicato.

Queste le parole di Tsewang Rigzin, presidente del movimento Tibetan Youth Congress: “Oggi il regime comunista cinese celebra i sessant’anni della sua fondazione e noi siamo qui per denunciare i sessant’anni della brutale occupazione e oppressione del Tibet e del popolo tibetano”.



A Kathmandu, poliziotti in assetto antisommossa hanno fermato almeno trentotto tibetani che stavano protestando davanti a un edificio dell’ambasciata cinese. I manifestanti, sventolando bandiere tibetane, gridavano: “Non esistono diritti umani in Tibet” e “Vogliamo un Tibet libero”. Chabiraman Bhattarai, un ufficiale di polizia, ha dichiarato all’agenzia Afp che ''saranno rilasciati dopo le indagini necessarie''.

Notizie dell’ultim’ora, diffuse dall’agenzia Associated Press, riferiscono che i tibetani arrestati nella capitale nepalese sono una settantina.



Una spettacolare dimostrazione si è tenuta anche a New York, di fronte all’Empire State Building, illuminato con luci rosse e gialle in onore della celebrazione del sessantesimo anniversario della Repubblica Popolare. Un folto gruppo di tibetani e loro sostenitori hanno contestato la decisione dell’amministrazione cittadina alzando cartelli e striscioni in cui si denunciava la “vergognosa illuminazione” dell’edificio. Gridando slogan, i dimostranti spiegavano ai turisti che “la Cina racconta bugie e l’Empire State Building l’aiuta a mentire”.



(fonte: Phayul)

domenica 23 agosto 2009

Petizione per la liberazione del dissidente cinese Liu Xiaobao




International Tibet Support Network chiede a tutti i tibetani e ai sostenitori del Tibet di firmare la petizione per la liberazione del dissidente cinese Liu Xiaobo, arrestato dal governo cinese il 23 giugno 2009 sotto l’accusa di “incitamento alla sovversione”.
Liu fu arrestato la prima volta nel 1996 e condannato a tre anni di lavori forzati per aver sottoscritto, assieme ad altri dissidenti e intellettuali cinesi, una lettera indirizzata all’allora premier Jiang Zemin nella quale sosteneva il diritto dei tibetani all’autodeterminazione e chiedeva alla dirigenza di avviare il dialogo con il Dalai Lama.
Lo scorso mese di dicembre è stato tra i firmatari della “Charta 08” (vedi “Notizie”, 10 e 16 dicembre 2008).È stato il primo cinese a essere condannato per aver levato la sua voce a favore dei tibetani.

Troverete la petizione al sito:http://is.gd/1efvd
Al termine del testo in lingua inglese, vi sono tre caselle da riempire:
Nella prima scrivete il vostro nome
Nella seconda il luogo di residenzaNella terza la vostra nazionalitàQuindi cliccare “invia”
Le petizioni saranno inviate al Congresso Nazionale del Popolo e ai membri della Conferenza Politica Consultativa del Popolo Cinese.
FIRMATE LA PETIZIONE!Sostenere Liu Xiaobo significa sostenere la verità e la giustizia in Cina.

lunedì 6 luglio 2009

Il compleanno del Dalai Lama - Torino, 6 luglio 2009


Il 6 luglio il Dalai Lama, guida spirituale e politica del Tibet, compie settantaquattro anni, cinquanta dei quali trascorsi lontano dalla sua terra, nell’esilio indiano di Dharamsala. Per ricordare questo doppio anniversario l’Associazione Comuni, Province e Regioni per il Tibet organizza - lunedì 6 luglio alle ore 11.30, in piazza Cavour, a Torino - una manifestazione in sostegno dei diritti umani.

“Le vicende in Iran di questi giorni ci impongono di non dimenticare, oltre al Tibet, tutti quei Paesi in cui i diritti umani non vengono rispettati”, afferma la consigliera regionale Mariacristina Spinosa, referente nazionale dell’Associazione con il consigliere Giampiero Leo.“Abbiamo scelto di riunirci presso i giardini di piazza Cavour - continua Leo - perché di recente vi è stato eretto un monumento a Gandhi: il luogo ideale per ricordare la lotta non violenta condotta dal Dalai Lama e dal suo popolo”.Prendono parte all’iniziativa i rappresentanti dell’Associazione Radicale Adelaide Aglietta, Interdependence, Amnesty International e l’Associazione Italia Tibet.

giovedì 2 luglio 2009

MONITO DI PECHINO ALLA FRANCIA - IL DALAI LAMA CITTADINO ONORARIO DI PARIGI




Pechino, 7 maggio 2009 (Reuters)


MONITO DI PECHINO ALLA FRANCIA


La Cina ha messo in guardia la Francia dal conferire al Dalai Lama la cittadinanza onoraria di Parigi in occasione del viaggio che il leader tibetano compirà nella capitale francese il mese prossimo. “Un anno fa la città di Parigi decise il conferimento della cittadinanza onoraria al Dalai Lama causando grande malcontento al popolo cinese” – ha dichiarato Ma Zhaoxu, un portavoce del Ministero degli Esteri. “Chiediamo alle istituzioni cittadine di smetterla di interferire nelle questioni interne della Cina e di non continuare a ripetere gli stessi errori circa la questione del Tibet”



LA FRANCIA SE NE INFISCHIA E .........




IL DALAI LAMA CITTADINO ONORARIO DI PARIGI


Parigi, 7 giugno 2009. La capitale francese ha ufficialmente insignito il Dalai Lama della cittadinanza onoraria della città. Il conferimento è avvenuto presso l’Hotel de Ville, sede del comune di Parigi che aveva preso questa decisione nel marzo 2008 “per la qualità e per la lotta che il Dalai Lama conduce per il dialogo e per la pace”. Dura la reazione del governo di Pechino che ha “fermamente condannato” il conferimento. “La consegna” – ha dichiarato il Ministro degli Esteri di Pechino – “non potrà che recare danni alle relazioni di Parigi con le municipalità cinesi e costituisce una grave ingerenza negli affari interni della Cina”.


“Non sottovaluto la reazione dei dirigenti cinesi” – ha dichiarato Bertrand Delanoe, sindaco socialista di Parigi – “ma la città ispira le sue azioni ai valori nei quali crede e non decide della politica estera della Francia”. “Non ho ricevuto pressioni né dall’Eliseo né dal Ministero degli Esteri”, ha precisato. “Non sono per l’indipendenza del Tibet e non sono buddhista” – ha proseguito – “ma decido sulla base dei valori di Parigi e delle mie convinzioni profonde”.


“Ricevo questa onorificenza in quanto persona che difende i valori umani e la non violenza” ha dichiarato a sua volta il Dalai Lama (nella foto con il sindaco Delanoe ) che, prima di ricevere la cittadinanza onoraria, non ha tuttavia mancato di criticare la politica cinese in Tibet. Nel corso di un’ affollata conferenza svoltasi allo stadio sportivo di Parigi-Bercy, il leader tibetano ha infatti accusato la Cina di aver fomentato gli incidenti che, nel marzo dello scorso anno, avevano provocato la rivolta dei tibetani fornendo alla sicurezza cinese il pretesto per intervenire. “Nonostante l’ingente numero di agenti presenti a Lhasa dal 10 marzo, le forze cinesi sono restate a guardare” – ha detto il Dalai Lama. “Il 14 marzo, alcuni tibetani che nessuno a Lhasa conosceva hanno cominciato a incendiare negozi e a scagliare sassi, mentre la polizia si limitava a filmare la scena e a diffondere le immagini in tutto il mondo”. “Solo allora” – ha proseguito – “la polizia è intervenuta. È difficile non sospettare che la rivolta sia stata deliberatamente provocata”.

CINA: ALLO STUDIO UN PIANO PER CONTROLLARE L’ACCESSO AL WEB


Pechino, 23 giugno 2009


Dopo un’altalenante sequenza di conferme e smentite, il governo cinese ha reso noto di non aver abbandonato il progetto di installare in ogni computer venduto in Cina a partire dal prossimo 1° luglio un particolare software destinato a “filtrare” e controllare l’accesso ai siti Internet. Secondo quanto dichiarato dai funzionari del Ministero dell’Industria e dell’informazione Tecnologica al quotidiano China Daily, il piano, denominato “Green Dam-Youth Escort”, intende “purificare la società civile” impedendo agli utenti della rete l’accesso ai siti pornografici e a quelli che trattano argomenti politicamente sensibili quali il Tibet, il movimento Falun Gong o il massacro di Piazza Tienanmen. Per rendere più efficace il controllo su Internet, la città di Pechino vorrebbe inoltre reclutare, entro la fine dell’estate, diecimila volontari incaricati di monitorare tutti i contenuti dei siti on line.


Duramente criticata dal governo cinese per lo scarso controllo sull’accesso ai siti “pornografici e volgari” della rete, Google - China, la succursale cinese del potente motore di ricerca, ha deciso di apportare filtri e modifiche al proprio sistema di “navigazione” on line. “Stiamo rivedendo il funzionamento dei nostri servizi e compiendo tutti i passi necessari alla risoluzione del problema” – ha dichiarato un rappresentante della potente compagnia californiana. La nuova “capitolazione” di Google, che già tre anni fa aveva lanciato una versione censurata del proprio motore di ricerca, in acquiescenza alla legge cinese, è considerata una nuova vittoria di Pechino e un’ ulteriore minaccia alla libertà di espressione.


Allo scopo di impedire la ricezione delle trasmissioni straniere, in particolare i programmi trasmessi da Radio Free Asia e Voice of America, nella provincia del Gansu le autorità cinesi hanno iniziato a rimuovere le parabole satellitari dai tetti delle case. “Al loro posto hanno installato delle linee per la ricezione dei programmi autorizzati dal governo”, ha dichiarato una donna. “Ci hanno detto che stavano eseguendo gli ordini del governo e hanno distribuito alla popolazione copia delle lettere ricevute dalle autorità centrali”.


(nytimes.com/Phayul)

sabato 16 maggio 2009

TIBET 28 MARZO: I TIBETANI RINGRAZIANO IL GOVERNO CINESE LIBERATORE



TIBET: 10 MARZO 2009 - 50^ ANNIVERSARIO RIVOLTA DI LHASA

Il Presidente del parlamento tibetano a Trento e a Bolzano

21 - 22 maggio 2009

I giorni 21 e 22 maggio 2009, Penpa Tsering, neo eletto presidente del Parlamento Tibetano in Esilio, sarà a Trento e a Bolzano dove avrà una serie di incontri con i massimi esponenti delle istituzioni locali.
Sono previste due conferenze pubbliche:



GIOVEDÌ 21 MAGGIO - ore 18.30 - BOLZANO


Conferenza presso la Sala Conferenze dell'Eurac - Via Druso
con la partecipazione di:
Penpa Tsering, presidente del Parlamento Tibetano
e di Günther Cologna, in rappresentanza dell'Associazione Italia-Tibet.
Sarà presentato il libro della ricercatrice Eva Pföstl "La questione tibetana", Marsilio ed.


VENERDI' 22 MAGGIO - ORE 20,30 - TRENTO


Incontro pubblico presso il museo Tridentino di scienze naturali - Trento, via Calepina, 14

Assieme a Pempa Tsering, che parlerà sul tema "Libertà e autonomia per il popolo tibetano"

partecipano all'incontro:

Michele Lanzingher - direttore del museo,"Tibet e Trentino un legame naturale"

Roberto Pinter - "10 marzo 2009 a Dharamsala, 50° dell'insurrezione del popolotibetano, il Dalai Lama incontra il Trentino",
proiezione video e foto

Gunther Cologna, "l'attività e le iniziative dell'associazione Italia Tibet"

Eva Pföstl, - ricercatrice: Presentazione del libro "La questione tibetana", Marsilio ed.


Beato chi potrà andare!

giovedì 14 maggio 2009

LE PRIME IMMAGINI SCIOCCANTI DAL TIBET






http://videos.nouvelobs.com/video/iLyROoafJ_qE.html

Stomaco forte, troppo forte per vederle!
sicuramente le oscureranno !